venerdì 22 luglio 2016

DINOSAURO ANTONIO IN MOSTRA A VILLA PITOTTI DI POVOLETTO - UDINE

Quest’anno l’Antiquarium della Motta e Mostra del Fossile di Povoletto ha riaperto i battenti di Villa Pitotti con un ospite eccezionale: il dinosauro “Antonio”, soprannome attribuito al Tethyshadros insularis, il più grande e completo dinosauro italiano. 
Quello che si può ammirare in una sala della sezione paleontologica del museo, è la copia perfetta del fossile di un esemplare proveniente dal Villaggio del Pescatore, nel Comune di Duino Aurisina Il rinvenimento è avvenuto, quasi casualmente, nel 1994 in un giacimento fossilifero che rappresenta una delle più importanti scoperte della paleontologia italiana del XX secolo. Nel sito sono state trovate ossa di almeno altri sei esemplari simili e di altri animali preistorici. Gli adrosauri sono a tutt’oggi gli unici dinosauri ritrovati in Italia in corrispondenza stratigrafica e gli unici ancora oggetto di scavi sistematici.

I dinosauri, dal greco deinòs sàuros, cioè “lucertole terribili”, comprendono un vasto numero di rettili con un’incredibile varietà di forme e dimensioni. Dallo studio della dentatura, i paleontologi hanno stabilito che Antonio era un dinosauro erbivoro delle dimensioni di un cavallo: raggiungeva una lunghezza di circa 4 metri; era fornito di poderosi arti inferiori e di una lunga coda, usata anche per bilanciare la corsa che effettuava utilizzando esclusivamente la zampe posteriori. L’adrosauro resterà esposto fino a settembre.


Fonte: Messaggero Veneto


Tutti coloro che desiderano conoscere Antonio possono recarsi a Villa Pitotti, a Povoletto, negli orari di apertura del museo, la domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 18.30. Il calco del dinosauro Antonio rimane a Povoletto fino al 15 settembre. CHIUSO PER TUTTO AGOSTO.

Contatti, visite e didattica scuole
Società Arteventi
Telefono: 339-6361336
E-mail: info@antiquariumpovoletto.it

giovedì 19 maggio 2016

FOSSIL HUNTER LOTTIE - GIOCHI INTELLIGENTI PER FUTURE BAMBINE PALEONTOLOGHE

Lottie "Fossil Hunter" - foto di A. Stuper
Da bambina non giocavo con le bambole, come tutte le mie amiche. Ogni volta che provavo a giocare con loro e con i modelli di bambole, mi riferisco a Cicciobello e alla ben più celeberrima Barbie, mi annoiavo a morte; il cambio dei loro vestitini, il pianto registrato di Cicciobello o l'estenuante e ripetitivo gesto di pettinare i capelli platinati di Barbie mi facevano venir voglia di scappare. Osservavo per ore gli insetti nel giardino dei miei nonni, affascinata dalle forme e dai loro colori e d'estate preferivo andare a giocare con i miei cugini a palla e a biliardino. La passione per i fossili è arrivata quando un giorno, per caso, ho trovato una nummulite sul Carso triestino. Da quel giorno mi sarebbe piaciuto giocare alla Paleontologa, alla ricerca di fossili, con il mio martello e la mia lente. Non è stato possibile e comunque qualcuno mi avrebbe sicuramente fatto sorgere il pregiudizio che questo gioco non era adatto ad una bambina, ma soltanto ad un maschietto.

Non esistevano ancora dei giochi intelligenti per future bambine Paleontologhe...fino a poco tempo fa. Un anno fa, il 19 maggio 2015, giorno del compleanno della più famosa cacciatrice di fossili che esiste al mondo, Mary Anning, è stata messa in vendita la bambola Lottie, "Fossil Hunter", ovvero la Lottie Cacciatrice di Fossili.  Questo giocattolo per bambine è stato il frutto della collaborazione tra la società di giocattoli, Arklu, il gruppo internazionale no-profit TrowelBlazers che celebra le donne in Paleontologia, Geologia e Archeologia e dalla World Heritage Site Jurassic Coast.

Lottie è nata da un 'idea di una bambina di 7 anni, Olivia de Chesire, appassionata raccoglitrice di fossili, come la sua mamma e come la sua nonna.
Lottie è una bambola alternativa per bambine dai 3 agli 8 anni, che non ha rossetto nè eye-liner sul viso, non ha collane, anelli, cinture, tacchi alti, e a differenza della Barbie, tutta prosperosa e con gambe chilometriche, la Lottie "Fossil hunter" non è adulta, ha un corpo da ragazzina con proporzioni di una bambina di 9 anni. Ha in dotazione tutti gli strumenti di un vero Paleontologo ovvero, una lente di ingrandimento, il martello da Geologo e una cazzuola per scavare. Indossa una T-shirt con disegnata un'ammonite, dei bei pantaloncini color caki, un giubbetto, un berretto per protteggersi dal sole, degli stivali di gomma ed uno zaino per raccogliere le ammoniti.
Inoltre la scatola della bambola include anche un set di carte da collezione riguardanti la vita e le scoperte di Mary Anning che non potranno altro che ispirare le bambine. Come pure un foglio supplementare che elenca le donne che hanno contribuito alla ricerca in Paleontologia.

Che bambola paleo-fantastica!

Per regalare Lottie "Fossil Hunter" al link:

Per scaricare delle brevi biografie di donne che si sono distinte nella loro vita, al link:



 

sabato 12 marzo 2016

IL DINOSAURO ANTONIO IN REALTA' AUMENTATA 2016

Il sito paleontologico di Villaggio del Pescatore inizia la sua stagione di visite per il 2016. 

Da domenica 13 marzo si potrà vedere il nostro affezionato dinosauro Antonio in grandezza naturale, ricostruito in realtà aumentata grazie a delle sofisticate tecnologie computerizzate: un nuovo approccio di divulgazione scientifica per vedere questo rettile erbivoro muoversi nell'ambiente  di 70 milioni di anni fa.

Dopo aver realizzato una versione tridimensionale del dinosauro Antonio in occasione della mostra alle Scuderie del Castello di Miramare (vedi post "Attenzione dinosauri - lavori in corso), la Cooperativa Gemina presenta per il 2016 il dinosauro in realtà aumentata, visibile con una serie di 5 tablets in loco, quindi il dinosauro Antonio in movimento nel suo ambiente naturale; una proposta vincente anche per i non addetti ai lavori, poichè le rappresentazioni tradizionali con disegni e foto in 2 dimensioni potrebbero rappresentare delle limitazioni escludendo così una parte di visitatori da una effettiva comprensione e partecipazione.

APRILE - MAGGIO - GIUGNO 
sabato 14.00 - 18.00
domenica 10.00 - 13.00 / 14.00 - 18.00

LUGLIO - AGOSTO
sabato - domenica 16.30 - 20.30

SETTEMBRE 
sabato 14.00 - 18.00
domenica 10.00 - 13.00 / 14.00 - 18.00

OTTOBRE - NOVEMBRE -DICEMBRE
domenica 10.00 - 17.00

Biglietto intero - 5 euro
Biglietto ridotto (per bambini tra 6 e 12 anni e gli over 65; per gruppi con più di 15 persone; presentando alla cassa il biglietto d'ingresso del Museo) -  3 euro

www.cooperativagemina.com
 
Informazioni e contatti
cooperativagemina@gmail.com
cell. 334 7463432


mercoledì 3 febbraio 2016

INCREDIBILE HO TROVATO IL PRIMO DINOSAURO ITALIANO DI GIOVANNI TODESCO


Sono felicissima di ospitare sul blog il racconto di un mio amico, Giovanni Todesco, lo scopritore del primo dinosauro italiano, chiamato Ciro. 

Giovanni Todesco con Ciro
Nel 1980 per ragioni di lavoro mi trasferii con la famiglia in provincia di Avellino e nei fine settimana con mia moglie Giovanna e i miei figli Valeria e Alessio rispettivamente di 11 e 5 anni, si girovagava per i monti del Sannio per ammirare le bellezze di quei luoghi e nel cercare quello che la  natura metteva a nostra disposizione, erbe frutti selvatici e quando vedevamo qualche cava abbandonata ci si fermava e si giocava alla scoperta di qualche conchiglietta o frammenti di fossili per la gioia dei bambini.

Un giorno arrivammo nel paesetto di Pietraroja, era il tipico paesetto degli Appennini meridionali arroccato su di un monte, sembrava una cartolina di Natale, le stradine che lo attraversavano erano molto strette e forse questo era il motivo che sopra al paesetto c’erano delle ruspe e altri grossi macchinari che scavavano e spostavano materiale per la realizzazione della circonvallazione del paese. Dato che si avvicinava la sera, ci riproponemmo di ritornare la settimana dopo anche perché il luogo era fantastico, naturale e selvaggio (per noi) con diversi animali allo stato brado e poi con quelle ruspe al lavoro chissà, forse si poteva trovare qualcosa.

Ritornammo a Pietraroja. Sopra il paese c'era una cava che una volta serviva come materiale da costruzione per gli abitanti, ora era abbandonata e adibita a discarica.

Nella cava c’era una ruspa al lavoro e aveva asportato tutto il materiale prodotto da vecchi scavi e dal momento che serviva dell’altro materiale, stava frantumando gli strati laterali della cava per farne fondo stradale e guardando tutti quei pezzi di roccia, con grande sorpresa e poi con terrore mi accorsi che c’erano tracce di pesci fossili: stavano usando strati fossiliferi per fare il fondo stradale.

Dissi subito a mia moglie di cercare sulla strada assieme ai bambini prima che il tutto venisse schiacciato e pressato dal rullo compressore

Era una lotta impari, una lotta contro quella forza distruttrice.

Mentre il resto della mia famiglia era sulla strada a controllare tutti quei pezzi rotti, io ero nella cava e quando la ruspa portava il suo carico sulla strada, io controllavo le rocce. C’erano dei momenti che non riuscivo neanche a connettere a causa di tutta quella frenesia, ti sentivi impotente, era una lotta contro il tempo. Anche perché - e questo lo scoprimmo più tard - quegli strati raramente si aprono dove si trova il fossile, bisognava guardare tutti quei pezzi in sezione per riuscire a localizzare qualcosa.

Ad un certo punto mi trovai fra le mani una lastrina sopra la quale da un lato si vedeva in sezione un segno scuro di 2-3 mm di spessore. Il cuore incominciò a battere più forte, dovevo cercare subito gli altri pezzi che mancavano. Raccolsi in fretta senza controllarli tutti i pezzi li vicino che mi sembravano dello stesso strato e mi spostai perché stava arrivando la ruspa per fare un altro viaggio di distruzione.

Un attimo dopo, le pietre che avevo salvato, sarebbero diventate fondo stradale.

Tornammo a casa in silenzio con sentimenti contrastanti. Da un lato pensavamo a quanto andava distrutto, ma eravamo anche contenti perché eravamo riusciti a salvare qualcosa, anche se non sapevamo ancora cosa.

Non siamo più tornati a Pietraroja, anche perché la domenica dopo, era il 23 Novembre del 1980, ci fu il terribile terremoto dell’Irpinia e anche a causa di questo, l’anno dopo ritornammo a Verona portandoci appresso nelle scatole quelle lastrine che avevamo salvato.

Una volta tornati a casa, quelle scatole rimasero dimenticate in cantina. Avevamo grossi impegni di lavoro, i bambini da seguire e i genitori anziani che avevano bisogno di noi.

Passarono gli anni e pian piano incominciammo a pulire e a sistemare le lastrine che avevamo raccolto sulla strada davanti al rullo compressore: totale 9 lastrine, c’erano un pesciolino di circa 5 cm, altri 3 pesciolini più piccoli e sbiaditi e sulle altre solo frammenti di pesciolini. Appena avuta un po’ di calma e di tempo, assieme a mia moglie iniziammo a sistemare la lastrina che avevo sottratto alla ruspa nella cava. Dopo avere incollato i pezzi che combaciavano, mi accorsi che purtroppo qualche pezzo era andato distrutto, perché in due parti uscivano in sezione delle tracce di fossile e non avevo nessun pezzo che combaciava. Una volta incollati tutti i pezzi incominciai a pulire il pezzo, c’era circa 1 cm di strato sopra  da levare e un pezzettino alla volta arrivammo al fossile.

Il primo pezzo che liberai dalla matrice mi lasciò di stucco. Mi aspettavo di vedere i resti di un pesce ma da quello che si vedeva non sembrava un pesce, erano il moncone di una coda e delle zampe posteriori. Poi lavorando delicatamente si presentò l’intestino e si vedeva benissimo che era pieno dell’ultimo pasto fatto 110 milioni di anni fa. Il lavoro procedeva molto lentamente perché aspettavo sempre con ansia di avere qualche ora di calma prima di mettermi al lavoro sotto gli occhi attenti di mia moglie. Poi si presentarono gli arti anteriori e seguendo le ossa arrivai alle mani, era splendido vedere quei ossicini perfetti al loro posto come si fosse appena adagiato sulla roccia. Le unghie poi, non ne avevo mai visto di così belle e perfette, erano lunghe, ricurve e appuntite come quelle dei rapaci. La pulizia proseguì lungo il collo, anche lì le ossa erano perfettamente al loro posto e arrivai alla testa. Era grossa, mi sembrava sproporzionata rispetto al corpo, l’occhio era molto grande come negli uccellini quando sono piccoli, la bocca aperta aveva una impressionante fila di denti lunghi, affilati e ricurvi con due canini molto più lunghi, erano denti di un predatore. Sulla cresta della testa cera una apertura a forma di V, seppi più tardi che era la classica fontanella, le ossa del cranio che si devono ancora saldare, come nei nostri bambini.

Al vederlo tutto liberato dalla matrice era qualcosa di indescrivibile, così piccolo e con quell’aria così feroce. Non ci si stancava mai di guardarlo anche perché a quel punto volevamo sapere che cos’era.

Abbiamo consultato decine di libri e dispense e quando trovavamo qualcosa di simile, c’era sempre qualcosa che non quadrava.

Poteva essere un rettile ma a giudicare da quell’occhio grande dai denti aguzzi e dalle unghie lunghe e appuntite, poteva essere anche un uccello rettile tipo l’Archaeopteryx, anche perché se fosse stato un rettile avrebbe avuto le unghie più corte e tozze.

Passa il tempo e siamo nel 1993. Casualmente venni a conoscere il dott. Giorgio Terruzzi, conservatore del Museo di Storia Naturale di Milano e un lunedì sera al telefono gli chiedo se poteva passare da casa mia che volevo fargli vedere uno strano fossile.

“Che cos’è?”  mi chiese.

“Per me è un uccello rettile” gli risposi.

Lui rimase un attimo in silenzio e poi mi disse che il sabato pomeriggio poteva andare bene e ci siamo salutati.

Neanche mezz’ora dopo mi richiama al telefono chiedendomi se poteva venire la sera dopo, probabilmente gli era entrata una pulce nell’orecchio.

Quando arrivò la sera dopo, finiti i convenevoli gli misi davanti sul tavolo la lastrina con il fossile.

Lui sgranò gli occhi e rimase fermo a guardarlo, poi prese una lente dalla tasca e si mise a ispezionarlo, dopo un po’ vedo che sbianca in viso, le mani gli tremavano e incomincia a dire:

E' lui, è lui”.

Si siede sulla sedia e dopo aver preso un po’ di fiato disse: “Sono il primo studioso italiano a vedere il primo dinosauro italiano”.

Si può solo immaginare la tensione e l’emozione che c’era in quella stanza, non riuscivamo a credere d’aver trovato il primo dinosauro italiano e il primo dinosauro al mondo in cui si poteva osservare l’intestino.

Cosa fare? Bastò uno sguardo con mia moglie per decidere: dovevamo consegnarlo a chi di competenza, era troppo importante, tutti dovevano sapere di questa importantissima scoperta.

Informammo un giornale che desse la notizia e contemporaneamente io  consegnai CIRO, (così chiamato perché era un nome tipico meridionale, corto e facile da ricordare) al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il distacco da Ciro è stato molto forte, oramai era entrato a far parte della nostra famiglia, a lui erano legati i ricordi belli dei nostri figli, ai giorni trascorsi in quella bella parte dell’Italia e al ricordo del terremoto dell’Irpinia. Ma ero consapevole di aver fatto la cosa più giusta e anche perché tutti avrebbero saputo che anche in Italia c’erano i dinosauri e che ero stato io a trovarlo salvandolo dalla distruzione.

La notizia del ritrovamento del primo dinosauro italiano occupò le prime pagine dei giornali per poi rimbalzare anche all’estero, era la notizia scientifica più importante del momento.

Seguirono 5 anni di silenzio durante i quali un gruppo di ricercatori facevano la spola da Milano a  Salerno per la pulizia e lo studio preliminare di Ciro.

Gli studiosi gli diedero il nome di SCIPIONYX SAMNITICUS. Scipionyx è composto da due nomi, Scipione, per ricordare il primo geologo che studiò il giacimento di Pietraroja e Onyx, che dal greco vuol dire, grande artiglio per sottolineare le unghie del dinosauro, Samniticus per sottolineare la provenienza, il territorio del Sannio. Sinceramente è un bel nome, ma mi sarebbe piaciuto molto di più se lo avessero chiamato: SCIPIONYX  SAMNITICUS  TODESCUS!                                         



A Marzo del 1998 ci  fu la presentazione ufficiale a Milano e l’autorevole rivista scientifica internazionale NATURE gli dedicò la copertina e un fascicolo interno dal titolo “Eccezionale conservazione dei tessuti molli in un dinosauro teropode carnivoro in Italia”.

L’impatto provocato nell’opinione pubblica dall’apparizione su Nature del dinosauro di Pietraroja è stato un fenomeno senza precedenti per la paleontologia italiana e internazionale che venne considerata come la scoperta del secolo. L’interesse per l’esemplare ha fruttato sulle prime pagine di almeno 2500 testate giornalistiche in tutto il mondo.



Il 3 Febbraio 1999, su denuncia della Sovrintendenza di Salerno, venivo sottoposto a perquisizione domiciliare con il sequestro della mia collezione e con la denuncia di furto archeologico.

Il 16-03-2000 arriva il dissequestro di tutta la mia collezione e per 7 scagliette con frammenti di pesciolini fossili che mia moglie assieme ai bambini avevano salvato dalla distruzione, dovetti affrontare un processo per furto archeologico a Benevento con tutto il disagio che questo poteva comportare.

Dopo 4 anni di viaggi tra Verona e Benevento, questo incubo finì con formula assolutoria perché il fatto non costituisce reato, anzi, tra le osservazioni il giudice ha scritto:

“in definitiva, l’odierno imputato è un benemerito della ricerca e salvaguardia dei beni culturali: egli và assolto in definitivo. Colpevolizzarne la passione di dilettante per aver conservato accuratamente anche reperti trascurabili è operazione che risente di cieco schematismo burocratico, oltre risultare inesistente sotto il profilo giuridico. Si consente allo scrivente di osservare che le energie totalmente profuse per perseguire il Todesco sarebbero state usate in maniera più proficua se rivolte a prevenire, limitare e reprimere abusi e scempi nel sito di Pietraroja.”



Giovanni Todesco con il Paleontologo Cristiano dal Sasso
Nel 2001 viene presentato a Milano il libro, “Dinosauri italiani,” di Cristiano dal Sasso.

È il primo studio fatto su Ciro. Fra l’altro scrive: "Fa molto impressione vedere le ossa in perfetta connessione anatomica, la struttura delle fasce muscolari. Particolare è anche la presenza degli astucci cornei che rivestono ancora la parte terminale degli artigli, solitamente queste strutture, costituite di cheratina e quindi più fragili, non si fossilizzano. Caso unico al mondo, in Scipionyx è conservato l’intestino. La fossilizzazione è perfetta, tanto che sono visibili anche le pieghe della tonaca muscolari. La macchia rossastra localizzata tra gli arti anteriori rappresenterebbe i resti del fegato alla base della coda sono conservati tendini, fasce muscolari, il tratto terminale dell’intestino e i resti della muscolature dell’ischio".



Nel 2006 Scipionyx viene portato in mostra al Museo di Milano e vi rimane quasi per 3 anni.

In questo periodo viene studiato in tutte le maniere possibili, dalla Tac ai raggi x, dal microscopio tradizionale a quello a scansione con ingrandimenti fino a 350.000 volte. 

Nel 2010 viene presentato il libro MEMORIE di Cristiano Dal Sasso e Simone Maganuco, in circa 300 pagine viene raccontato, anche con bellissime foto e ingrandimenti il corpo di questo piccolo grande dinosauro. 

Giovanni Todesco ha scritto anche un libro sulla storia del rinvenimento di Ciro dal titolo "DUE FIGLI ED UN DINOSAURO - La scoperta di Ciro raccontata da  Giovanni Todesco".

Per ulteriori informazioni a questo post e pure a questo link

lunedì 4 gennaio 2016

UOMINI E DINOSAURI SONO MAI COESISTITI?

Questo articolo scritto nel 2013 dal titolo provocatorio "Uomini e dinosauri sono mai coesistiti" è risultato essere, con mia grande sorpresa, tra i 10 più letti sul Blog Gravita-Zero nel 2015, con oltre 2000 letture. Che dire! Grazie a tutti voi!

 

Per rileggere l'intero articolo:

Fonte:






sabato 2 gennaio 2016

MARCO POLO 240 MILIONI DI ANNI FA - VERTEBRATI MARINI DALLA CINA MERIDIONALE - MOSTRA A TOLMEZZO - UDINE

Segnalo a tutti gli appassionati di Fossili e Paleontologia la mostra "Marco Polo 240 milioni di anni fa - Vertebrati marini dalla Cina meridionale" a Tolmezzo in provincia di Udine. 
Purtroppo poco pubblicizzata dai media, la mostra espone per la prima volta esemplari fossili di pesci e rettili marini molto ben conservati del Triassico medio rinvenuti nei dintorni di Xingyi, in Cina.


E' un percorso paleontologico attraverso i più importanti giacimenti fossili del Sud-Est della Cina, siti paleontologici  in cui, dopo la crisi Permo/triassica, si sono diversificati i pesci, i primi rettili marini, come i primi ittiosauri. Scoperti alla fine degli anni '50 del secolo scorso  gli esemplari cinesi hanno riscosso l'interesse della scienza soltanto negli ultimi 15 anni, attirando paleontologi da tutto il mondo, come pure il Prof. Andrea Tintori dell'Università di Milano, che è anche curatore della mostra. Studiando alcuni esemplari di pesci cinesi il noto paleontologo italiano (vedi intervista ad A. Tintori nel post) ha riconosciuto un pesce fossile identificato nel 1907 a Cazzaso di Tolmezzo dal geologo Gortani, ipotizzando che le faune triassiche della Cina siano simili a quelle della Carnia, in Friuli Venezia Giulia.


Sala mostre A. Cussigh - Palazzo Frisacco
via Renato del Din, 7 -  Tolmezzo - UDINE

Orario: 10.30-12.30/17.00-19.00
fino al 14 gennaio 2016 - ingresso libero

Visite guidate per scolaresche su prenotazione ed ulteriori informazioni:
CarniaMusei 0433 487779

Evento realizzato in collaborazione fra la Comunità Montana della Carnia, il Geoparco della Carnia, il Museo Geologico della Carnia, la Città di Tolmezzo, il Museo Friulano di Storia Naturale di Udine, L'Università degli Studi di Milano, la Peking University e la Ditta Nuova Geo TeAm.  

Foto di alcuni fossili esposti alla mostra: